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BRESCIA
AGNELLINI
ARTE MODERNA
Via Soldini, 6/A
29 marzo - 26 settembre 2009
www.agnelliniartemoderna.it



Prosegue
il successo e l'attività della Galleria Agnellini Arte
Moderna, una nuova e interessante realtà recentemente
inaugurata a Brescia e subito divenuta punto di riferimento e di
fiducia per gli appassionati dell'arte.
Dopo gli ottimi risultati ottenuti con Jacques Villeglé,
l'interessante programma porta ora in scena un altro grande protagonista
della storia dell'arte: Mark Tobey poeticamente astratto
è il titolo dell'antologica, curata da Philippe Daverio
e Dominique Stella, che propone circa novanta opere dal
1925 al 1974, in gran parte inedite e tutte autenticate
dall'"Archivio Tobey" di Muenster (Germania).
La mostra è realizzata con il patrocinio della Provincia
di Brescia Assessorato alle Attività e Beni culturali, Valorizzazione
delle Identità, Culture e Lingue locali e del Comune di Brescia.
I lavori esposti, realizzati nelle diverse tecniche, dall'inchiostro
alla tempera, dalla penna a sfera alla matita, dal gesso al pastello,
riflettono astrazioni dettagliate, che sono il segno distintivo
dell'opera di Tobey. Le sue tele, spazi densi di colore uniforme
e di linee ripetitive, sono allo stesso tempo semplici e complesse,
intellettuali e intuitive. I colori scuri, i grigi e il tocco sottile
caratterizzano la maggior parte di questi dipinti ed evocano spesso
il mondo naturale, in particolare mostrano la natura in primo piano.
Ricordano una rete di cellule, viste attraverso un microscopio,
una superficie rocciosa segnata dalle intemperie o le venature della
corteccia di un albero.
Philippe Daverio, nel testo in catalogo, commenta: "Mark
Tobey, l'artista inadatto alla baraonda, è la personalità
necessaria per capire l'altro lato dell'America, il lato riflessivo,
responsabile, indagatore e come tale capace di seguire i sentieri
stretti d'una ricerca d'avanguardia che nei suoi anni era auspicata
come riscatto d'un paese che guardava ancora al mondo delle culture
esterne con una garbata riservatezza".
Decisivo per la sua opera è il momento in cui Tobey si accosta
alla fede Bahá'í, dedicandosi ad uno studio
approfondito di questa religione che lo accompagnerà per
tutta la vita: attraverso tali credenze Tobey inizia a dedicarsi
alla rappresentazione dello "spirituale" nell'arte.
La fede Bahá'í esercita un forte impatto e, infatti,
"fu una vera biforcazione spirituale cruciale nella vita e
nell'opera di Mark Tobey", come scrive William Seitz nel testo
in catalogo della mostra al Museo d'Arte Moderna di New York. "La
fede di Tobey traspare nella qualità della densità,
intensità e luminosità delle sue tele", ha dichiarato
M. Ottenbrite "i suoi dipinti sono molto umani".
La fede Bahá'í e le credenze sull'unità e la
diversità, sull'unicità di tutti i popoli e le religioni,
ha certamente indotto Tobey a sperimentare forme e stili diversi;
l'arte e gli oggetti artigianali del mondo orientale lo catturano
e proprio durante diversi viaggi in Oriente comincia a studiare
la calligrafia e la pittura a pennello praticata soprattutto in
Cina. È qui che nasce il suo futuro stile: la scrittura bianca
White Writing.
Tobey è, agli inizi della sua carriera, un artista figurativo
e le opere più significative appartenenti a questo periodo
si riconoscono in Still life on a table, una delicata natura morta
del 1930, e l'eccellente ritratto di Matisse, Portrait d'homme,
un pastello su carta.
Vi è poi la serie intitolata Hornblower, risalente ai primi
anni Cinquanta, raffigurante suonatori di corno che sono un omaggio
ai musicisti di jazz, grande passione dell'artista.
Dalla metà degli anni Cinquanta inizia il vero lavoro di
Tobey, che esprime il segno tipico che lo consacrerà come
uno degli artisti più importanti del '900: i suoi dipinti
diventano interamente astratti, si fondano su piccoli gesti ben
controllati della mano. Emblematiche in questo senso sono le opere
del '56-'58, mentre a partire dal 1958, durante un periodo trascorso
in Giappone, sperimenta la serie di Sumi. Questi lavori, realizzati
in serie, sono creati con inchiostro giapponese su carta povera.
Dominique Stella precisa: "l'arte di Tobey supera la
vocazione visiva dell'opera per raggiungere l'immaterialità
e il vuoto che ha appreso dai calligrafi cinesi e giapponesi, i
quali nel vuoto vedono il grado più elevato della forza creativa.
Lo spazio è un concetto che supera il visivo e che lo interessa
più della sfera materiale della tela. Al di là della
rappresentazione tridimensionale, egli ricerca ciò che "
potrebbe davvero toccare ". [
] La ricerca di una quarta
dimensione, di un'energia immateriale, più suggerita che
tangibile, deriva dal desiderio di raggiungere tutti i sensi al
di là della visione analitica e razionale".
In mostra si possono inoltre ammirare tre originali vetrate dipinte
a mano del 1970 e alcuni bozzetti, non datati, sull'arte antica
greca e romana.
L'attenzione portata ai dettagli e la concentrazione dello spirito
appaiono in tutte le sue opere, come lo stesso Tobey nel 1962 dichiara:
"devo ammettere che la fede mi ha donato una forza straordinaria
e ho potuto utilizzarla senza fare propaganda. È vero che
oggi si parla di stili internazionali, ma penso che in futuro si
parlerà di stili universali
il futuro del mondo deve
essere la materializzazione della sua unicità, che è
l'insegnamento di base della fede Bahá'í, così
come la intendo io, e a partire da questa unicità emergerà
un nuovo stile dell'arte".
Accompagna la mostra un catalogo edito da Shin Production
con testi critici di Philippe Daverio e Dominique Stella.
Cenni
biografici
Mark Tobey è nato nel 1890 nel Midwest (USA), dove ha trascorso
gran parte dell'infanzia. Scopre sin da giovane la passione e l'attitudine
al disegno, in cui si cimenta partendo dalla copia delle copertine
delle riviste e dai disegni di ritratti per le illustrazioni di
cataloghi.
Nel 1911 abbandona Chicago per trasferirsi nel Greenwich Village
di New York, deciso ad essere disegnatore di moda.
Durante il decennio seguente il suo talento viene progressivamente
riconosciuto e diventa un pittore ricercato: comincia, infatti,
a ritrarre numerose e importanti personalità dell'epoca.
Tra il 1920 e il 1940 compie diversi viaggi in Oriente: prima in
Cina, poi in Giappone dove trascorre un mese presso un monastero
Zen, e in Medio-Oriente dove ha la possibilità di visitare
i santuari Bahá'í.
Ritorna in Inghilterra, poi di nuovo negli Stati Uniti dove hanno
luogo alcune importanti esposizioni. Nel 1958 Mark Tobey riceve
il primo premio alla Biennale di Venezia.
Nel 1961 il Louvre gli dedica un'esposizione personale di 300 opere:
è Tobey il primo artista non francese ad essere ospitato
in una sede tanto prestigiosa.
Nel 1974 a Washington presso la "National Collection of Fine
Arts", che fa parte del "Smithsonian Institution",
viene organizzata una mostra intitolata "Hommage à Mark
Tobey" con circa 70 opere. Mark Tobey muore a Basilea nel 1976
portando con sé grandi successi internazionali e un forte
apprezzamento europeo.

Mark Tobey, Untitled (brush work), 1968, tempera
su carta,
cm 14,5x21
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