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MILANO
Galleria Credito Valtellinese - Refettorio delle Stelline
Corso Magenta 59
22 novembre 1996 - 9 febbraio 1997
La
mostra è resa possibile dalla collaborazione tra Credito
Valtellinese e JIL SANDER
con la partecipazione del Centre Culturel Français de Milan
Questa mostra dedicata a Max Ernst, a vent'anni dalla sua scomparsa,
vuole tracciarne l'itinerario evolutivo attraverso un'esposizione
di oltre 80 opere importanti tra dipinti, disegni, frottages, collages
e documenti, dal 1909 fino agli anni '70, provenienti da importanti
collezioni francesi e italiane, in gran parte presentate per la
prima volta in Italia.
I lavori
di Max Ernst rappresentano un'interpretazione estremamente personale
della poetica del Surrealismo, movimento di cui l'artista è
uno dei maggiori esponenti. Nell'accostare immagini di natura diversa
e assolutamente estranee fra loro, Ernst trova la tecnica adeguata
per rappresentare l'idea di spaesamento sistematico che sta alla
base della sua arte. La sua naturale forza inventiva l'ha portato
a sperimentare nuove tecniche; interessanti sono il collage, di
cui Ernst è l'ideatore e il frottage, lo sfregamento di una
venatura di legno, di una foglia, di una tela da sacco, su colore
o carta. Max Ernst ha sperimentato il frottage sia con la matita
che con la pittura ad olio in opere "magiche", nate dalla
visione della materia del legno come rivelatore di elementi e immagini
dell'inconscio, tutte da decifrare secondo diverse chiavi di lettura.
Come
descrive Alain Jouffroy, l'invenzione del collage e del frottage
corrisponde al "bisogno di staccarsi dalle cose e dalle rappresentazioni
ordinarie, al rifiuto di identificare la vita con un compito e un
servizio sociale qualsiasi...". ".... Nel 1919, a Colonia,
davanti al catalogo di un fornitore di articoli scolastici, Ernst
provò le prime allucinazioni di visionario che precedono,
nella sua opera, l'invenzione di una tecnica. Bruscamente vide apparire
questi bozzetti e queste figure su fondi imprevisti...Qualche pennellata
di colore gli bastava per dare corpo a questi fantasmi e il collage
- nel senso cinematografico di montaggio - era messo sulla buona
strada, come una nuova cinepresa automatica".
Nell'atelier di Breton, tra il 1922 e il 1924, Ernst si dedica alla
scrittura e alla pittura automatica: parla, scrive e disegna nell'intento
di far affiorare un mondo percepibile soltanto ad occhi chiusi.
Si tratta del mondo sommerso dell'inconscio, che deve essere scandagliato
per approdare a una migliore comprensione dell'essere umano. Tale
interesse per il mondo interiore unito al rifiuto di qualsiasi arte
propagandistica, porterà Ernst ad affermare: "Prima
dell'immersione, nessun palombaro sa con che cosa risalirà
in superficie. Allo stesso modo, il pittore non ha la scelta del
suo soggetto. Imporsene uno, si trattasse anche del più sovversivo,
del più esaltante e trattarlo alla maniera accademica, questo
vorrà dire contribuire ad un'opera di scarsa portata rivoluzionaria".
Partendo dunque da frammenti di realtà non ancora interpretata
e quindi possibile, Ernst sovrappone a questi il proprio mondo interiore.
Alla fine non esiste più alcun punto di partenza, ma "l'irruzione
magistrale dell'irrazionale in tutti i campi dell'arte", capace
di distruggere la realtà che vi è alla base. II risultato
delle nuove tecniche dovrebbe suscitare in chi osserva non tanto
un tentativo di riconoscimento, bensì molteplici
percezioni e associazioni.
La
mostra e promossa dal Gruppo Bancario Credito Valtellinese e da
JIL SANDER con la partecipazione del Centro Culturale Francese.
Max
Ernst, Lune jaune, 1960, olio su tela,
cm 23x18
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